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giovedì 25 febbraio 2016

La nuova vecchia generazione



Riflettevo su quanto i tempi moderni influiranno sui rapporti sociali delle prossime generazioni.

Quando ero piccolo sentivo raccontare innumerevoli aneddoti, ricordi ed esperienze importanti ai miei genitori o ad altri parenti. Ma come spesso capita, ogni persona aveva memorizzato le cose in un modo diverso dagli altri, perché in funzione del proprio stato emotivo riguardo quello specifico avvenimento, con il tempo ne hanno involontariamente modificato alcuni dettagli.

In buona sostanza capitava spesso che lo stesso aneddoto avesse due o più versioni differenti a seconda di chi lo stesse raccontando con conseguenti discussioni sull'effettiva realtà dei fatti che ogni narratore dell'aneddoto sostenesse di conoscere.

Della vita passata dei nostri genitori, parenti più prossimi, zii, nonni e di tutte quelle persone che fanno parte della nostra vita e dei nostri cari non abbiamo avuto altro che racconti contraddittori, raramente testimoniati da un esiguo numero di foto ormai sbiadite. Insomma: la verità sul passato non è mai stato troppo chiara.

Se ci riflettete converrete con me che già oggi non è più così: scriviamo giornalmente su Facebook moltissime cose. In un modo o nell'altro, che si tratti di avvenimenti importanti della nostra vita o di  dimenticabili circostanze che in un dato momento abbiamo reputato emotivamente rilevanti (nel bene o nel male), queste cose finiscono in un post.

Commentiamo, mettiamo i "mi piace" (e metteremo le neo giunte "reazioni") ai post degli altri, rendendo tutta la nostra vita ben tracciabile nel tempo.
Per sfruttare questo enorme vantaggio "storico" Facebook da un po' di tempo infatti ci propone i ricordi che di giorno in giorno ci ripropongono tutto ciò che abbiamo postato nello stesso giorno degli anni passati. 

Tramite Facebook è possibile rivivere cose importanti come gioie, acquisti importanti, viaggi, dolori, storie finite, stati di cordoglio, lamentele e cose stupide come foto di cose strane viste per strada, articoli altrui condivisi, immagini o meme che ci ispirano o divertono particolarmente. In poche parole un vero e proprio diario ed album fotografico dettagliato.
Già adesso che sono su Facebook da nove anni mi capita di ritrovarmi a sfogliare album fotografici degli anni passati con la stessa malinconia con cui mia madre sfogliava gli albumetti di fotografie delle estati precedenti.

Ovviamente c'è chi con Facebook (e/o i social network in genere) non ha un buon rapporto, c'è chi blinda le impostazioni della privacy, c'è chi disabilita le notifiche dei ricordi, chi non mette proprie foto reali o nome reale, chi cambia account di continuo e chi non ha proprio alcuna intenzione di iscriversi.

Insomma, sto realizzando che un domani i nostri figli avranno i nostri ricordi e la nostra vita passata come una risorsa di dati facilmente fruibili. Spulciando il nostro profilo leggeranno i nostri post, vedranno nitidissime foto di vent'anni fa senza e non potremo mai negare tutto ciò che siamo stati.

Un aspetto interessante di questa mia previsione è che coloro che non sono mai stati su facebook o che cambiano account di continuo non eviteranno affatto il fenomeno di cui parlo, perché trattandosi di una netta minoranza causeranno delle domande, su cui in mancanza di risposta si potrà sempre indagare un po'.
Se Pinco Pallino non è su facebook ci sono i suoi amici e da li si dedurrà il giro di amicizie, o stile di vita, i gusti musicali e tanto altro.
Un'ex sarà sempre rintracciabile, le foto dell'epoca da qualche parte resteranno e in un modo o nell'altro il proprio passato non smetterà mai (finalmente) di far parte di un pubblico archivio storico.

Questo farà sicuramente infuriare i più lamentosi, i depressi e i paranoici, ma in fondo non interessa a nessuno: i tempi cambiano e la società con essi.

Mi piace pensare che tutto questo sarà una cosa meravigliosa per le persone equilibrate e coerenti come me. Con tutto il rispetto di chi non sa accettare se stesso e il proprio passato non me ne frega meno di un cazzo.


giovedì 17 luglio 2014

La presunzione dell'indifferenza.

È da parecchio tempo che non scrivo sul blog.
Non perché non ne abbia avuto il tempo, solo che non ho avuto nulla di rilevante da dire.

Non avere nulla da dire è una condizione che non amo particolarmente, chi mi conosce sa bene quanto io parli.
Ma parlare e dire sono concetti assai distanti.

Così come per usare un luogo comune "tra il dire e il fare c'è dimezzo il mare".

Ma esistono cose di cui non si parla, non si dice nulla e nessuno fa niente? Sì. Migliaia.

Riflettevo su questa cosa proprio qualche giorno fa, quando per puro caso mi sono fermato a riflettere su un gesto comune che avevo appena fatto.
Con la peggiore delle espressioni di rabbia in viso avevo sbraitato in malo modo ad un uomo.
Un uomo più grande di me, che non ha mai smesso di sorridermi, che svolgeva il suo lavoro.

Mentre tornavo verso casa pensavo e ripensavo a quell'uomo.
Da quanto tempo faceva qual lavoro? Perché fa quel lavoro? Quanto guadagna? Quante sfuriate al giorno prende? Ci avrà fatto il callo o ogni nuova sfuriata pian piano lo ferisce sempre di più? Con chi vive? Ha una famiglia? Fa tutto questo per loro? Cosa fa quando non lavora? Cosa avrebbe voluto fare al posto di quel lavoro? Cosa sognava da bambino?

Insomma...meritava quel trattamento così brusco?
Da me, che dalla vita ho avuto tutto?

Quell'uomo è un lavavetri, e gli ho urlato rabbioso solo perché "ha osato" toccare con il suo utensile il mio parabrezza.
Perché siamo arrivati a questo?
Ci illudiamo che la schiavitù sia terminata secoli fa, ma non è così. Quell'uomo, così come gli altri lavavetri, i venditori di accendini e fazzolettini, le prostitute, sono tutti schiavi.

Nessuno di loro vorrebbe fare quel lavoro, ma DEVONO, sono schiavi di qualcuno che ne abusa. Qualcuno nega loro la libertà riccattandoli, ricattando i loro cari, minacciandoli in svariati modi.

Sono lì, li vediamo ogni giorno, il più delle volte li ignoriamo, quando costretti ad interagirci lo facciamo con fare scostante o indifferente e fugace.  Siamo abituati a dimenticarli, e non registrarli in memoria. Siamo abituati a fingere che non esistano.

Parliamo dei lavavetri come una piaga, come un fastidio, ma quanto è grave il nostro fastidio rispetto al loro dramma?

Se vedessimo un film in costume ambientato nell'antica Roma, in cui uno schiavo subisce una sfuriata per aver osato toccare un nobile ci sentiremmo superiori. Noi uomini evoluti del ventunesimo secolo riconosceremmo l'immoralità della schiavitù, affronteremmo un dibattito se necessario. Difenderemmo la nostra morale basandoci sul concetto assoluto di giustizia. Eppure, urliamo ad uno schiavo lavavetri solo perché osa toccare il nostro parabrezza.

Da questa esperienza ho imparato.
Ho riflettuto bene e ho realizzato che per quanto insistenti, quegli uomini sono soggiogati. Obbligati da qualcuno a fare un lavoro che non volevano fare. Io non ho nessun diritto di urlare loro.

Io ho il dovere di essere educato anche quando esagerano e la mia risposta deve essere un garbato "no grazie", perché se non posso fare nulla pr migliorare la loro situazione non voglio essere parte del loro incubo. Loro hanno diritto di scazzare, ne hanno più di quanto ne abbia io e se puliscono il mio vetro quando non l'ho richiesto, un educato "mi spiace" sarà di certo una risposta più civile che urlare loro come fossero bestie.

Non commetterò più l'errore di arrogarmi un inesistente diritto di superiorità sociale verso gente che fa una vita assai più dura della mia.

venerdì 18 aprile 2014

Porsi agli altri

Da che ho memoria, ho sempre interagito con gli altri in modo abbastanza soddisfacente. Ovviamente negli anni avrò fatto le mie esperienze imparando da errori e successi, ma fin dall'inizio il mio intento era sempre quello di mettere a proprio agio i miei interlocutori.
Questo non significa che tentassi di compiacerli, persino quando l'interazione era di carattere ostile cercavo sempre di mantenere il mio lessico, le mie similitudini e i miei riferimenti all'interno di quei contesti sociali, culturali o emotivi a cui associavo l'interlocutore di turno.

Probabilmente questo è diretta conseguenza di quell'istintiva presunzione che fin da piccolo mi ha sempre portato a pensare di essere migliore. Non di tutti ma sicuramente di parecchi.
E se un tempo il mio cercare il modo giusto di spiegare era mosso dalla presuntuosa convinzione di non poter essere capito al volo, col tempo iniziai a farlo mosso dalla coscienza di non poter essere presuntuosamente capace di capire tutti.
Così, affinando questa tecnica e amplificando la capacità di ascoltare, col passare degli anni, creare paragoni e ragionamenti perfettamente calzanti ai miei interlocutori è diventato sempre più immediato e istintivo. 

E quindi?
Quindi compiacendomi parecchio di essere capace di intavolare conversazioni stimolanti con moltissime tipologie di persone, da quelle con cui condivido moltissime cose a quelle diametralmente opposte su più fronti, credo che questa cosa mi mi abbia arricchito motissimo e che mi arricchisca ogni giorno di più.

Ho imparato che ogni interlocutore ha un bagaglio culturale diverso, interessi diversi, profilo psicologico diverso e necessità emotive diverse. Che bisogna usare le parole giuste, tanto per compiacere quanto per confutare. Portare la conversazione in termini consoni per permettere all'interlocutore di interagire istintivamente e quindi di spiegarsi e percepire al meglio.
Inizialmente pensavo che questo ragionamento fosse banale e ovvio a tutti eppure ho la netta sensazione che moltissimi problemi interpersonali che da anni vedo scoppiare tra le persone siano  spesso causa di mancanze comunicative, talvolta accumulate, altre estemporanee.

Parlo del modo in cui vadano dette le cose.
Dosando e selezionando le parole è possibile non litigare mai con nessuno e in quei rarissimi casi in cui si innescano situazioni che mi indispongono, si può quasi sempre gestire la situazione senza dover giungere a quell'irreversibile condizione di conflitto che annebbiando la mente (di entrambi gli interlocutori) porta l'interlocuzione in termini più atti a ferire che ad esporre e ragionare.

A volte può bastare una sola parola sbagliata, una pausa troppo breve o persino troppo lunga tra una parola ed un altra per far sì che un discorso prenda pieghe del tutto inappropriate e insperate.
Se questo accade così spesso, è perché non si ha l'abitudine ad ascoltare e ad immedesimarsi.

Non credo che serva un'ottima memoria credetemi, non serve ricordare ogni dettaglio persona per persona, ma prestare semplicemente attenzione ad ognuno e assorbirne istintivamente la sua dimensione.

Sono convinto che il cervello umano sia capace di cose meravigliose e senza troppi sforzi, impegnadosi giusto ad ascoltare e a cercare di capire quale emozione supporta le parole delle persone ci si ritrova ad associarle a quello sfaccettatissimo bagaglio culturale che si portano appresso.
Comunicare può diventare semplicissimo e scambiare opinioni, incentivare o persino giudicare possono diventare circostanze serene e impagabilmente utili.

venerdì 7 marzo 2014

Il Porno: Ispirazione, false aspettative e vari titpi di conseguenze


Sono un pornofilo.
Collezionavo porno all'epoca del VHS e da quando il web ha preso il sopravvento ne ho collezionato ed archiviato innumerevoli centinaia di Gigabyte.

Premetto che, da quel che ho potuto appurare negli anni, ci sono diversi tipi di pornofilia e poiché tentare di elencarne una lista sgnificativa anche ridotta sarebbe altamente pretenzioso, inizio limitandomi a descrivervi il mio personale tipo di pornofilia definendola "accademica".

Credetemi, questo non è un meschino tentativo di giustificarmi. Anche se posso essere mosso da libidine guardando alcuni generi di porno, guardandone molti altri con altrettanto interesse, la libidine lascia spazio alla curiosità e alla bramosia di conoscenza.

Questa bramosia di conoscenza non è riferita esclusivamente alle innumerevoli pratiche sessuali, ma ad una sorta di personale ricerca anche filosofica che punta ad una comprensione filantropica della vastità e varietà della libidine dell'essere umano. Non ho alcuna presuntuosa intenzione di paragonarmi ad Alfred Kinsey ma sono sicuro che se lui avesse avuto a disposizione il porno odierno ne avrebbe sfruttato ogni aspetto per approfondire la sua ricerca.

Tutto questo porno, così variegato e facilmente raggiungibile è un bene?
In realtà dare una risposta a questa domanda mi è impossibile, al massimo posso tentare di analizzare alcuni vantaggi e svantaggi che questo causa nella società odierna: Il porno oltre che vario e reperibilissimo, oggi è (volendo) anche  interattivo. Dopo circa vent'anni di porno cinematografico farcito di trame improbabili, colonne sonore di Fausto Papetti e ambientazioni surreali, l'avvento del web e dei portali pornografici ha permesso agli utenti non solo di cercare gli argomenti più disparati ma di produrre all'occorrenza il proprio porno casalingo. Così agli albori dell'epoca del web il proliferare di numerosi siti privati e sezioni apposite ha causato la rinascita di un macro-genere che fino a quell'epoca era stato poco sponsorizzato: L'Amatoriale.

Genere che oggi va per la maggiore, a tal punto che esistono riprese "stile Amatoriale" che ne simulano le circostanze e le caratteristiche. Le maggiori pornostar di oggi non sono famose per i loro "film" ma per i video sugli appositi portali di video-sharing.
Al pornofilo odierno non bastano più solo le stangone biondissime con enormi tette sferiche siliconate e succintissimi indumenti da sexy shop. Oggi il pornofilo non vuole vedere solo gente che finge, vuole vedere anche amplessi veri di gente vera. O quanto meno di gente e situazioni che sembrano tremendamente vere.

Questo sul piano dell'emancipazione sessuale ha contribuito tantissimo nella diffusione della consapevolezza sessuale, molti tabù sono sempre meno sentiti e persino le pratiche sessuali più astruse sono sempre più conosciute anche se non necessariamente praticate o apprezzate.
Oggi avere dei gusti sessuali per generi è un concetto normale e quelle sfumature che un tempo venivano demonizzate come "perversioni" oggi sono considerate "semplici" parafilie. Se prima un tabù era un argomento che andava categoricamente ignorato oggi è solo un qualcosa che anche quando non trattato pubblicamente si da per scontato sia noto quasi a tutti.
Ecco perché con il susseguirsi delle generazioni le inibizioni sono sempre meno presenti e l'istinto sessuale è sempre più prematuro, perché tutta questa gente che fa "quelle cose" ce le fa sembrare (finalmente) più normali e accettabili. Tutto questo è diventata un'automatica e graduale tendenza a conformarsi.

In che modo allora questo materiale di ispirazione causa degli svantaggi?
Perché il porno è pur sempre l'industria più remunerativa di sempre. Dal mestiere più antico del mondo agli ultimissimi social networks dedicati allo scambio di coppia, il sesso è quella cosa che l'essere umano ricerca sempre e comunque. Qualsiasi cosa sia remunerativa, però, prima o poi viene abusata oltre ogni limite ed è per queste ragioni che si è arrivati al porno "finto amatoriale" che, essendo ampiamente più diffuso dei video amatoriali reali, inganna la gente.
Questi inganni causano una visione contorta in coloro che approcciano al sesso in modo "immaginario", ovvero in tutte quelle persone che non conoscono il sesso vero per svariati motivi, siano essi legati all'età o a tratti caratteriali.

Agenti fasulli che ingannano donne in finti casting per porno-attrici esordienti, finte gang a bordo di furgoni che abbordano ragazze facili per strada che vengono "ripassate" sullo stesso furgone in corsa. Finti ricconi che corrompono con cifre da capogiro comuni signore all'ingresso di centri commerciali per trombarle in ogni modo scibile a bordo del proprio yacht...
Donne che ansimano come fossero flagellate, uomini dalle dimensioni spropositate e durate da maratoneta, sfinteri anali che non oppongono alcuna resistenza, cunnilingus dal ritmo convulsivo e fellatio brutali da lacrime impastate di eye-liner...
Eiaculazioni degne di un liquidator, eiaculazioni femminili come fontane, ammucchiate in pubblico e utilizzo di oggetti da fare impallidire un estintore...
 
Tutto questo, ripreso con telecamere mobili, a volte dagli stessi "attori", senza un montaggio, senza troppo trucco, senza faretti e senza sassofono di sottofondo. Tutto sembra VERO.

L'aspettativa diviene pericolosa.
Per chi non ha mai praticato l'attività sessuale diventa difficile capire bene, che in termini generali, un uomo non è un pistone idraulico inesauribile e che una donna non necessariamente gode solo con una energica pacca sul culo. Per chi non si è mai trovato in quelle circostanze non è affatto facile dare per scontato che i preliminari non siano per forza frenetici e brutali, che il sesso non sia per forza sfrenato, condito di posizioni da circo e orgasmi esclusivamente egoisti.

Essere diversi da "quelli dei porno" non è un difetto ed ispirarsi a loro è ben diverso dal subirne l'arduo confronto. Solo che i giovani (o coloro che sono costretti ad idealizzare il sesso per altri motivi), non lo sanno.
La propria concezione del sesso ed il paragone con quel sesso tanto sponsorizzato nel porno diventa inevitabile e chi si trova a paragonare finisce per avere tantissime intenzioni e bramosie senza avere la coscienza che i mezzi a propria disposizione sono ben diversi nelle esigenze, nelle sensazioni e nelle prestazioni.

Idealizzando solo il sesso così "esagerato" si finisce per sconoscere le sue basi, ed è anche per questo che alcuni ragazzi di oggi fanno sesso quasi fine a se stesso. Per questo per loro perdere la verginità è diventato uno status symbol e fanno subito tanto sesso difficilmente identificabile come "buon sesso".

Oltre i giovani, anche quelle persone che in età adulta non hanno ancora perso la verginità si trovano vittime di questa idealizzazione e talvolta stentano a trovare sicurezza. Immaginano qualcosa di diverso, di difficile da raggiungere, si avviliscono e subiscono gravi ansie da prestazione. Così, capita che quando si presenta loro l'occasione tanto anelata finiscono per sbagliare qualcosa e mandano tutto in fumo senza capire dove hanno sbagliato.  Alcuni sbagliano cercando di adeguarsi a quello che vedono nei porno esordendo con qualcosa di decisamente indelicato o maniacale, altri sbagliano accettando la sconfitta del paragone con tale timore repressivo risultanto del tutto asessuati o privi di carattere.

Per fare fronte a tutto questo, secondo me, il porno dovrebbe diventare un argomento comune. Se ai bar si parlasse apertamente anche di argomenti come lo squirting o il deep-throat sarebbe fruibile per tutti il paragone con l'esperienza reale di chi conosce il sesso vero. Capire che certe pratiche e dettagli sono "possibili" e non "imprescindibili" eviterebbe ripercussioni psicologiche e sociali che per molta gente possono risultare disastrose.
Ovviamente è un'idea utopica e provocatoria, e qualora si dovesse verificare sono certo che tutto si ridurrebbe in breve tempo in una decadente perdita del pudore e del buon senso piuttosto che in un'emancipazione della coscienza sessuale.

Per quanto mi riguarda, conoscendo il sesso reale, trovo che come fonte di ispirazione il porno insegni tante cose. Se queste ispirazioni vengono considerate come componenti "possibili" piuttosto che "imprescindibili" e si affrontano nella consapevolezza di se e nel rispetto dei gusti propri e dei partners il sesso sarà sempre bello e gustoso.

Proporre non pretendere, tentare non imporre, ispirarsi non paragonarsi.
Godere e non giudicarsi.
Amen.

giovedì 27 febbraio 2014

Le maschere che indossiamo


Fu nel 1994 che al cinema vidi The Mask con Jim Carrey. L'esilarante commedia, parodiando i cartoni animati, crea un'ambientazione fantastica diretta ad un pubblico giovane e sognatore.
Il fulcro del film è incentrato proprio su una maschera che può trasformare chi la indossa nell'estremizzazione dei suoi desideri e fantasie.
Durante il film il protagonista, guardando la TV, si sofferma qualche istante in un talk show dove uno psicologo presenta il suo libro intitolato "Le maschere che indossiamo" e questo piccolo dettaglio sin da allora mi ispirò una costante e profonda riflessione sull'argomento.

Nella mia personale teoria riguardo alla personalità e i rapporti interpersonali, le maschere sono un concetto metaforico molto importante. A mio modesto personale parere ognuno di noi, nessuno escluso, è in possesso di un variabile numero di maschere sovrapposte che va da un minimo di quattro ad un massimo incalcolabile.
Esattamente, penso che quelle quattro maschere siano imprescindibilmente presenti in ogni individuo pensante e che faccia parte di una realtà sociale. Ovviamente, tra questi "strati" possono essercene altri intermedi più o meno numerosi che possono prendere forma in funzione di ulteriori dettagli, che per ovvie ragioni di vastità non possono essere generalizzati.

Ogni persona ha delle insicurezze, delle apprensioni, pregiudizi e fobie. Queste peculiarità sono ciò che definisco nucleo. Al suo interno sono custodite le ferite de passato, i rimorsi, i rimpianti e i punti deboli, perché il nucleo è la parte più fragile e reale di ogni personalità e proprio per questo, istintivamente, nessuno lo mostra.

Ora, prima di tornare a parlare del nucleo, vorrei spiegarvi che a mio avviso ogni essere pensante è in grado di focalizzare la propria "identità" su un solo strato alla volta. Proprio come fossero dei canali televisivi, credo che non ci si possa "sintonizzare" su due canali contemporaneamente e questo perché la sintonizzazione non avviene in modo totalmente volontario, ma perché viene indotta dal contesto sociale predominante presente in quel momento.

Il nucleo, quindi, è la parte centrale dell'io. Privo di maschere, atteggiamenti e proiezioni, il nucleo è quella parte che si innesca solo quando siamo da soli e pensiamo. È proprio perché si manifesta quando non è presente nessuno che difficilmente si proferisce parola quando si è sintonizzati sul nucleo. Quando parlo dell'argomento mi piace dire che "siamo veramente noi stessi solo la sera, quando andiamo a letto, spegniamo la luce e iniziamo a pensare".

Basta quindi la presenza di un'altra sola persona per innescare le maschere?
Quasi.
Più che la persona in sé è il contesto cui quella persona è legata a innescare una maschera piuttosto che un altra. All'inizio ho parlato di quattro strati imprescindibili e vi illustrerò quali sono attribuendo loro i nomi dei contesti sociali che li innescano.

Il nucleo in realtà non fa parte degli strati, al massimo, per fare contenti i pignoli filo-matematici come me potrei definirlo lo strato zero.

Il primo strato è quello intimo. Viene innescato dalle interazioni con i partner di relazioni idilliache e, in rarissimi casi, da pochissime altre persone come i migliori amici pluriventennali o fratelli con cui si condivide un rapporto particolarmente fraterno. Quando entra in funzione la "maschera intima" i nostri difetti e le nostre insicurezze non sono affatto nascosti e persino quasi tutto ciò che pensiamo può essere detto senza girarci intorno. Ciò che differenzia questo strato dal nucleo è proprio l'interazione diretta con le persone che la innescano, l'amore e l'abnegazione nei confronti delle persone della nostra sfera intima ci portano a moderare le nostre azioni e i nostri pareri in funzione del sentimento che proviamo.
Non significa "mentire", significa avere particolare riguardo per il modo in cui verranno dette le cose e dover scegliere il momento giusto, questo perché le direttive principali del contesto intimo sono la sicurezza di non essere feriti e la premura di non voler ferire o di farlo solo per un bene maggiore.

Il secondo strato è quello confidenziale. Si innesca quando ci si trova all'interno di contesti abituali e si interagisce con persone che si possono reputare amiche. A differenza dei conoscenti, gli amici sono persone che scelgono vicendevolmente di frequentarsi e con cui spesso condividono interessi passioni, gusti e ambienti. Con queste persone si trascorre molto di quel tempo che viene definito "rilassante" e per quanto talvolta si possano verificare delle tensioni, il clima emotivo cerca sempre di riassestarsi infatti sulla tranquillità. La "maschera confidenziale" ha quindi lo scopo di presentare degli atteggiamenti stereotipati che permettano alle persone (e la loro personalità) di collocarsi in un posto preciso all'interno della struttura sociale della comitiva/contesto/gruppo. Se ci fate caso, quando si entra in confidenza con qualcuno si sarebbe capaci di scimmiottarlo bonariamente imitando alcune sue frasi tipiche, gesti comuni e intercalare ricorsivi. Questo strato stabilisce proprio l'identità sociale e permette di esprimere nel modo più comodo la proiezione di se stessi in relazione con le proiezioni altrui.

Il terzo strato è quello impersonale. Si innesca in contesti professionali, quando si interagisce con sconosciuti o quando siamo intimoriti o infastiditi da qualcosa. In queste circostanze si tende a non mostrare nulla di sé e si cerca di proiettare all'esterno un'immagine ben diversa da quella confidenziale. Il più delle volte si cerca di apparire autoritari, sicuri, gentili non servili e vissuti, in questo modo si induce agli sconosciuti un approccio "istintivamente" cauto e a sua volta impersonale.
La "maschera impersonale" ha una forte componente di linguaggio non verbale, quando ci si trova ad indossarla si fa molto caso alla propria postura, ai movimenti e alle espressioni facciali, i più estroversi tendono dissimulare o esagerare e i più introversi a limitare, ma in tutti i casi quando si è consci di essere sotto il giudizio altrui si cerca di nascondere il più possibile.

Il quarto ed ultimo strato in realtà non può essere realmente innescato, esso è sempre presente e più che una maschera indossabile è un modello su cui vengono allineate le altre maschere; mi piace definirlo strato proiettivo.
Chiunque ha modelli e idoli a cui invidia tratti caratteriali di cui non è in possesso, quegli stessi tratti che vengono più o meno simulati in ogni maschera su cui ci si sintonizza di volta in volta.
In questo modo, con il tempo e dopo vari tentativi, infatti, si riesce a fare propri alcuni comportamenti o atteggiamenti, il che spiega perché con il passare degli anni, quando si ripensa al passato, si può notare quanto si fosse diversi (in ogni strato). La "maschera proiettiva" è quindi quel contenitore dove vengono archiviate tutte le caratteristiche ideali che con il tempo vengono assimilate da altre persone, personaggi di fantasia visti in libri film o cartoni animati e che prima o poi si vorrebbero possedere.

In fine, parenti alla lontana della maschera proiettiva sono le maschere di immedesimazione, che possono essere di tipo emotivo, o ludico, ovvero la capacità di mettersi nei panni di qualcun altro all'interno di contesti emotivi o la capacità di impersonare personaggi più o meno diversi da se stessi in contesti ludici stabiliti come i videogiochi o fantasiosi come i giochi di ruolo.

A mio parere, stimolare le proprie maschere di immedesimazione aumenta la capacità di sviluppare spontaneamente più maschere intermedie tra gli strati e quindi di acquisire sempre più sicurezza negli innumerevoli contesti che si possono verificare.
In buona sostanza, credo che saper creare molteplici strati di maschere permetta un'ottima crescita interiore e una forte coscienza di sé e questo oltre a intensificare la fiducia in sé stessi garantisce una capacità sociale interpersonale talmente malleabile e adattabile da arrivare a minimizzare o persino evitare situazioni di stress o disagio.