martedì 18 marzo 2014

AAAA: Acontentarsi, Adattarsi, Ambire e Appagarsi

Aladdin's LampQueste quattro "A" sono la base dei nostri desideri.
Spesso vorremmo tanto qualcosa, sia essa una cosa materiale, un concetto o un avvenimento.

La idealizziamo, e mentre inizialmente la focalizziamo con precisi dettagli, man mano che il nostro desiderio si protrae nel tempo i dettagli superflui vanno svanendo gradualmente fino a quella che io chiamo "maturazione del desiderio", ovvero quel momento in cui la nostra speranza si assesta in base a condizioni imprescindibili che in quel momento definiscono il "minimo che accetteremmo".

Questo fenomeno ovviamente ha una rilevanza molto soggettiva, tutti conosciamo persone che vorrebbero sempre "troppo" e persone che si accontentano "troppo spesso". Ad ogni modo tutti, prima o poi tutti desideriamo qualcosa e prima o poi ci troviamo al cospetto delle quattro A.

In funzione delle nostre aspettative, quando finalmente otteniamo qualcosa, la paragoniamo (a volte inconsciamente) a quella maturazione del desiderio che fino a pochi istanti prima ne disegnava l'idealizzazione. A questo punto, se il paragone evidenzia una totale differenza rispetto alle nostre aspettative, di certo non considereremo "esaudito" il nostro desiderio e la delusione sarà inevitabile. Se però le differenze dalle nostre aspettative non sono totali scatta la procedura d'accettazione che identificherà ciò che abbiamo ottenuto in una delle quattro categorie possibili: Accontentarsi, Adattarsi, Ambire e Appagarsi.

Accontentarsi
Quando ciò che abbiamo ottenuto presenta numerose differenze con il nostro desiderio ma tutto sommato ne rispetta alcune caratteristiche siamo portati istintivamente a non disprezzarlo e per quanto il desiderio non venga considerato esaudito si finisce con il godersi "quel poco"che si è ottenuto.

Persistenza del Desiderio: 8
Pretesa: 6
Frustrazione:  5
Soddisfazione: 5
Motto: "meglio di niente"

Adattarsi
Quando ciò che abbiamo ottenuto presenta poche analogie con il nostro desiderio ma allo stesso tempo ne rappresenta una valida alternativa, istintivamente lo cataloghiamo come "qualcos'altro", e anche se il desiderio non viene dimenticato, viene di certo attenuato a causa di una buona dose di soddisfazione.

Persistenza del desiderio: 6
Pretesa: 3
Frustrazione: 3
Soddisfazione: 7
Motto: "non m'è andata male"

Ambire
Quando ciò che abbiamo ottenuto presenta numerose caratteristiche del nostro desiderio il nostro umore migliora istantaneamente e dopo un breve (ma variabile soggettivamente) periodo di Appagarsi si passa ad Adattarsi, e pian piano iniziano a tornarci in mente tutte quelle caratteristiche superflue che con la maturazione del desiderio eravamo riusciti ad escludere. Così scesi al livello di Accontentarsi si accende in noi quella lampadina che non smette di rocordarci quanto la nostra idea iniziale fosse diversa. Il desiderio si innesca nuovamente e iniziamo a sottostimare ciò che abbiamo ottenuto, con il trascorrere del tempo.

Persistenza del desiderio: 10
Pretesa: 10
Frustrazione: 7
Soddisfazione: 3
Motto: "merito di meglio"

Appagarsi
Quando capita la fortunata circostanza in cui otteniamo qualcosa estremamente somigliante alla nostra idealizzazione iniziale, il buon umore viene immediatamente accompagnato di pari passo dall'incredulità e anche se in alcuni casi si innesca l'istinto di trattenere l'entusiasmo la nostra soddisfazione interiore raggiunge un livello superiore a quello immaginato. Il desiderio si spegne quasi del tutto e gli effetti di un'esperienza simile possono incidere persino sulla personalità.

Persistenza del desiderio: 2
Pretesa: 0
Frustrazione: 0
Soddisfazione: 10
Motto: "non avrei potuto chiedere di meglio"

Ovviamente non possiamo decidere in che modo prendere le cose. Oltre che dalle caratteristiche di ciò che otteniamo, la nostra reazione dipende anche dal nostro umore iniziale, dai nostri precedenti e persino dalle persone coinvolte.
Questa riflessione odierna è solo un modo personale che ho di analizzare le cose, forse un po troppo schematizzato, ma di certo mi aiuta a capire cosa sto facendo e perché.
Se anche voi in certe cose vi riconoscete in alcune di queste "A" abbiatene coscienza.

venerdì 7 marzo 2014

Il Porno: Ispirazione, false aspettative e vari titpi di conseguenze


Sono un pornofilo.
Collezionavo porno all'epoca del VHS e da quando il web ha preso il sopravvento ne ho collezionato ed archiviato innumerevoli centinaia di Gigabyte.

Premetto che, da quel che ho potuto appurare negli anni, ci sono diversi tipi di pornofilia e poiché tentare di elencarne una lista sgnificativa anche ridotta sarebbe altamente pretenzioso, inizio limitandomi a descrivervi il mio personale tipo di pornofilia definendola "accademica".

Credetemi, questo non è un meschino tentativo di giustificarmi. Anche se posso essere mosso da libidine guardando alcuni generi di porno, guardandone molti altri con altrettanto interesse, la libidine lascia spazio alla curiosità e alla bramosia di conoscenza.

Questa bramosia di conoscenza non è riferita esclusivamente alle innumerevoli pratiche sessuali, ma ad una sorta di personale ricerca anche filosofica che punta ad una comprensione filantropica della vastità e varietà della libidine dell'essere umano. Non ho alcuna presuntuosa intenzione di paragonarmi ad Alfred Kinsey ma sono sicuro che se lui avesse avuto a disposizione il porno odierno ne avrebbe sfruttato ogni aspetto per approfondire la sua ricerca.

Tutto questo porno, così variegato e facilmente raggiungibile è un bene?
In realtà dare una risposta a questa domanda mi è impossibile, al massimo posso tentare di analizzare alcuni vantaggi e svantaggi che questo causa nella società odierna: Il porno oltre che vario e reperibilissimo, oggi è (volendo) anche  interattivo. Dopo circa vent'anni di porno cinematografico farcito di trame improbabili, colonne sonore di Fausto Papetti e ambientazioni surreali, l'avvento del web e dei portali pornografici ha permesso agli utenti non solo di cercare gli argomenti più disparati ma di produrre all'occorrenza il proprio porno casalingo. Così agli albori dell'epoca del web il proliferare di numerosi siti privati e sezioni apposite ha causato la rinascita di un macro-genere che fino a quell'epoca era stato poco sponsorizzato: L'Amatoriale.

Genere che oggi va per la maggiore, a tal punto che esistono riprese "stile Amatoriale" che ne simulano le circostanze e le caratteristiche. Le maggiori pornostar di oggi non sono famose per i loro "film" ma per i video sugli appositi portali di video-sharing.
Al pornofilo odierno non bastano più solo le stangone biondissime con enormi tette sferiche siliconate e succintissimi indumenti da sexy shop. Oggi il pornofilo non vuole vedere solo gente che finge, vuole vedere anche amplessi veri di gente vera. O quanto meno di gente e situazioni che sembrano tremendamente vere.

Questo sul piano dell'emancipazione sessuale ha contribuito tantissimo nella diffusione della consapevolezza sessuale, molti tabù sono sempre meno sentiti e persino le pratiche sessuali più astruse sono sempre più conosciute anche se non necessariamente praticate o apprezzate.
Oggi avere dei gusti sessuali per generi è un concetto normale e quelle sfumature che un tempo venivano demonizzate come "perversioni" oggi sono considerate "semplici" parafilie. Se prima un tabù era un argomento che andava categoricamente ignorato oggi è solo un qualcosa che anche quando non trattato pubblicamente si da per scontato sia noto quasi a tutti.
Ecco perché con il susseguirsi delle generazioni le inibizioni sono sempre meno presenti e l'istinto sessuale è sempre più prematuro, perché tutta questa gente che fa "quelle cose" ce le fa sembrare (finalmente) più normali e accettabili. Tutto questo è diventata un'automatica e graduale tendenza a conformarsi.

In che modo allora questo materiale di ispirazione causa degli svantaggi?
Perché il porno è pur sempre l'industria più remunerativa di sempre. Dal mestiere più antico del mondo agli ultimissimi social networks dedicati allo scambio di coppia, il sesso è quella cosa che l'essere umano ricerca sempre e comunque. Qualsiasi cosa sia remunerativa, però, prima o poi viene abusata oltre ogni limite ed è per queste ragioni che si è arrivati al porno "finto amatoriale" che, essendo ampiamente più diffuso dei video amatoriali reali, inganna la gente.
Questi inganni causano una visione contorta in coloro che approcciano al sesso in modo "immaginario", ovvero in tutte quelle persone che non conoscono il sesso vero per svariati motivi, siano essi legati all'età o a tratti caratteriali.

Agenti fasulli che ingannano donne in finti casting per porno-attrici esordienti, finte gang a bordo di furgoni che abbordano ragazze facili per strada che vengono "ripassate" sullo stesso furgone in corsa. Finti ricconi che corrompono con cifre da capogiro comuni signore all'ingresso di centri commerciali per trombarle in ogni modo scibile a bordo del proprio yacht...
Donne che ansimano come fossero flagellate, uomini dalle dimensioni spropositate e durate da maratoneta, sfinteri anali che non oppongono alcuna resistenza, cunnilingus dal ritmo convulsivo e fellatio brutali da lacrime impastate di eye-liner...
Eiaculazioni degne di un liquidator, eiaculazioni femminili come fontane, ammucchiate in pubblico e utilizzo di oggetti da fare impallidire un estintore...
 
Tutto questo, ripreso con telecamere mobili, a volte dagli stessi "attori", senza un montaggio, senza troppo trucco, senza faretti e senza sassofono di sottofondo. Tutto sembra VERO.

L'aspettativa diviene pericolosa.
Per chi non ha mai praticato l'attività sessuale diventa difficile capire bene, che in termini generali, un uomo non è un pistone idraulico inesauribile e che una donna non necessariamente gode solo con una energica pacca sul culo. Per chi non si è mai trovato in quelle circostanze non è affatto facile dare per scontato che i preliminari non siano per forza frenetici e brutali, che il sesso non sia per forza sfrenato, condito di posizioni da circo e orgasmi esclusivamente egoisti.

Essere diversi da "quelli dei porno" non è un difetto ed ispirarsi a loro è ben diverso dal subirne l'arduo confronto. Solo che i giovani (o coloro che sono costretti ad idealizzare il sesso per altri motivi), non lo sanno.
La propria concezione del sesso ed il paragone con quel sesso tanto sponsorizzato nel porno diventa inevitabile e chi si trova a paragonare finisce per avere tantissime intenzioni e bramosie senza avere la coscienza che i mezzi a propria disposizione sono ben diversi nelle esigenze, nelle sensazioni e nelle prestazioni.

Idealizzando solo il sesso così "esagerato" si finisce per sconoscere le sue basi, ed è anche per questo che alcuni ragazzi di oggi fanno sesso quasi fine a se stesso. Per questo per loro perdere la verginità è diventato uno status symbol e fanno subito tanto sesso difficilmente identificabile come "buon sesso".

Oltre i giovani, anche quelle persone che in età adulta non hanno ancora perso la verginità si trovano vittime di questa idealizzazione e talvolta stentano a trovare sicurezza. Immaginano qualcosa di diverso, di difficile da raggiungere, si avviliscono e subiscono gravi ansie da prestazione. Così, capita che quando si presenta loro l'occasione tanto anelata finiscono per sbagliare qualcosa e mandano tutto in fumo senza capire dove hanno sbagliato.  Alcuni sbagliano cercando di adeguarsi a quello che vedono nei porno esordendo con qualcosa di decisamente indelicato o maniacale, altri sbagliano accettando la sconfitta del paragone con tale timore repressivo risultanto del tutto asessuati o privi di carattere.

Per fare fronte a tutto questo, secondo me, il porno dovrebbe diventare un argomento comune. Se ai bar si parlasse apertamente anche di argomenti come lo squirting o il deep-throat sarebbe fruibile per tutti il paragone con l'esperienza reale di chi conosce il sesso vero. Capire che certe pratiche e dettagli sono "possibili" e non "imprescindibili" eviterebbe ripercussioni psicologiche e sociali che per molta gente possono risultare disastrose.
Ovviamente è un'idea utopica e provocatoria, e qualora si dovesse verificare sono certo che tutto si ridurrebbe in breve tempo in una decadente perdita del pudore e del buon senso piuttosto che in un'emancipazione della coscienza sessuale.

Per quanto mi riguarda, conoscendo il sesso reale, trovo che come fonte di ispirazione il porno insegni tante cose. Se queste ispirazioni vengono considerate come componenti "possibili" piuttosto che "imprescindibili" e si affrontano nella consapevolezza di se e nel rispetto dei gusti propri e dei partners il sesso sarà sempre bello e gustoso.

Proporre non pretendere, tentare non imporre, ispirarsi non paragonarsi.
Godere e non giudicarsi.
Amen.

mercoledì 5 marzo 2014

La Grande Bellezza: un film vittima della diffusione.



Tre giorni fa sono stati assegnati i premi Oscar per il 2014.
Tre giorni fa il film "La Grande Bellezza" è stato premiato come miglior film straniero.
Ieri in televisione è stato trasmesso "La Grande Bellezza".
Ieri, molte persone incuriosite hanno visto il film.

Prima di iniziare il mio ragionamento riguardo questo argomento voglio premettere che a mio avviso uno dei mali più grandi del mondo è l'aspettativa. Procedendo con la scrittura di questo articolo cercherò di spiegarvi in che modo sia stata proprio l'aspettativa ad alimentare il fenomeno anti-"La Grande Bellezza" che nelle ultime quarantotto ore ha intasato i social networks ed emittenti televisive e radiofoniche.

Questo film, come molte cose in questo mondo, piuttosto che alla grande massa, è più adatto ad un determinato target di persone. Quelle stesse persone che ne sono state incuriosite ben prima che si parlasse di Oscar. Lo stesso titolo e quel po' di fotografia che si evinceva dal trailer, già preannunciavano proprio a quel target di persone che nel film sarebbe stata presente una consistente dose di carattere artistico.

Preciso che in termini generali, intendo per "carattere artistico" quell'intenzione di base volta ad esaltare certi dettagli che un autore imprime a suo modo nell'opera che produce. Essendo una caratteristica emotiva, il carattere artistico non va necessariamente correlato alla competenza tecnica.
Supponendo per assurdo che componente artistica e competenza tecnica siano le uniche due caratteristiche identificabili in una qualsiasi produzione (letteraria, grafica, materiale, musicale, teatrale o cinematografica) potremmo semplificare la relazione tra loro ed il risultato finale in questo modo:
  • Poca arte e poca tecnica = produzione amatoriale.
  • Poca arte e molta tecnica = fenomeno di massa.
  • Molta arte e poca tecnica = fenomeno di nicchia.
  • Molta arte e molta tecnica = patrimonio culturale universale.
I fenomeni di massa, per ovvie ragioni di mercato, sono molto più diffusi e ne vengono prodotti tantissimi periodicamente. Sono queste le produzioni che vanno ad aggiudicarsi di anno in anno i premi del loro campo (letteratura, cinematografia etc.) senza suscitare incoerenti obiezioni da parte del grande pubblico (la maggioranza della massa).

Il grande pubblico, per grandi linee ormai, sa riconoscere la tecnica e potendo cimentarsi in paragoni basati tanto su pareri soggettivi quanto in constatazioni oggettive sa produrre in qualche modo quella critica media che i mass-media chiamano "approvazione del pubblico".
È proprio l'approvazione del pubblico ad influenzare la produzione dei successivi fenomeni di massa, e questo loop genera quella tendenza che detta le direttive a quelle ovvie ragioni di mercato di cui parlavo prima.

Oltre ai fenomeni di massa, parallelamente, esiste una produzione di fenomeni di nicchia (di innumerevoli tipologie di nicchia) molto meno sponsorizzata ma non per questo meno costante.
Queste produzioni, fin dal principio, non nascono per essere rivolte al grande pubblico e il loro risultato è infatti sovente più apprezzato in specifici contesti culturali o da determinati porzioni di pubblico particolarmente incline ad una data tematica (sia essa politica, sociale, filosofica, religiosa o quant'altro).

Nell'odierno periodo storico, in pieno boom del web 2.0, percepire l'approvazione del pubblico è diventato estremamente facile e soprattutto immediato. I social networks, raggiungibili in qualsiasi momento da chiunque, sono un fulcro portante della società attraverso cui scorrono freneticamente le opinioni su qualsiasi argomento d'attualità.
I social networks, ormai, sono i principali veicolatori delle notizie e se bene sia noto quasi a tutti che l'attendibilità degli elementi condivisi a catena possa risultare alquanto discutibile, la pigrizia e la supercifiale buona fede dell'utente medio mantengono il diffondersi delle notizie veloce e il livello culturale medio... nella media.

Già pochi minuti dopo l'ufficializzazione della nomination come miglior film straniero de La Grande Bellezza, una porzione di internauti italiani commentava e discuteva l'argomento sui social ed è stato dal momento dell'effettiva vittoria dell'Oscar che l'argomento si è espanso fino a raggiungere una diffusione esagerata, portando il film all'attenzione di moltissima gente che fino a quel momento ne aveva ignorato l'esistenza o che aveva già evitato di andarlo a vedere quando uscì al cinema.

Ovviamente, il tormentone mediatico del "film italiano vincitore del premio Oscar" ha immediatamente incuriosito tutta quella gente che, di base, non lo avrebbe visto, creando un'aspattativa da "fenomeno di massa" per un film invece più adatto ad un pubblico di nicchia.

Due giorni dopo la vittoria della statuetta, in prima visione TV, Canale 5, mietendo i frutti di una campagna pubblicitaria a costo zero avvenuta sui social networks, propone in prima serata il film del momento e accaparrandosi una colossale audience di quasi nove milioni di telespettatori permette alla gente di vedere il famigerato film. Così, milioni di telespettatori incollati al televisore assistono finalmente al film di cui hanno tanto sentito parlare o letto e lo fanno social networks alla mano bramosi di poter commentare personalmente.

Senza entrare nello spinoso ma plausibile argomento dell'eventuale antipatia o pregiudizio a priori  che alcuni telespettatori potrebbero aver inconsciamente provato, la gente in un modo o nell'altro si è trovata davanti ad un film che sotto ogni aspetto non rispettava i canoni della sua aspettativa. 

Essendo quella gente una porzione rappresentative del "grande pubblico" mediamente inadatto a quella caratura filosofica, l'effetto "disapprovazione del pubblico" apparentemente globale in diretta mediatica è stato inevitabile.

Questo non significa che chi non abbia gradito il film sia "stupido" o "mediocre", il gradimento può basarsi su fattori talmente innumerevoli che tentarne un'analisi completa caso per caso sarebbe impossibile, in più, essendo il gradimento un parere soggettivo esso è e rimarrà sempre indiscutibile.

La mancanza di caratura filosofica di numerosissimi telespettatori non ha impedito loro di seguire il film, ma ha reso inaccessibili quelle tematiche introspettive ed evocative che si nascondono dietro quell'artistica esposizione di una trama volutamente semplice basata sul "come" piuttosto che sul "cosa".

Quindi cos'è La Grande Bellezza senza tematiche introspettive ed evocative ?
È un film senza trama che mostra solo gente ipocrita e piena di soldi che passa il proprio tempo in una splendida Roma saltando da un evento mondano discutibile all'altro tra frasi saccenti ad effetto e inconcludenti spunti di trama che non portano a nessun finale.
Un film del genere non fa altro che sporcare alla gente comune quegli ultimi sogni di idilliaca alta società e anelato benessere economico. Dettagli come la nana, il botox party e la bambina pittrice diventano grette surrealtà che insultano gratuitamente un qualcosa di idealizzato molto diversamente.

Se ci riflettete, il fatto che a milioni di persone non sia piaciuto La Grande Bellezza senza tematiche introspettive ed evocative è naturale e facilmente comprensibile. Così come è stato naturale e pronosticabile che numerose giurie di specifica competenza artistica di tutto il mondo abbiano deciso di premiare La Grande Bellezza nella sua interezza.

Il punto non è che il film non è stato capito, proprio perché non ci si aspettava affatto che il grande pubblico potesse percepirne le tematiche introspettive ed evocative.

Il fatto è che il film di Sorrentino ha subito l'effetto boomerang di una vera e propria overdose di pubblicità attirando anche l'attenzione di persone a cui non è adatto.

giovedì 27 febbraio 2014

Le maschere che indossiamo


Fu nel 1994 che al cinema vidi The Mask con Jim Carrey. L'esilarante commedia, parodiando i cartoni animati, crea un'ambientazione fantastica diretta ad un pubblico giovane e sognatore.
Il fulcro del film è incentrato proprio su una maschera che può trasformare chi la indossa nell'estremizzazione dei suoi desideri e fantasie.
Durante il film il protagonista, guardando la TV, si sofferma qualche istante in un talk show dove uno psicologo presenta il suo libro intitolato "Le maschere che indossiamo" e questo piccolo dettaglio sin da allora mi ispirò una costante e profonda riflessione sull'argomento.

Nella mia personale teoria riguardo alla personalità e i rapporti interpersonali, le maschere sono un concetto metaforico molto importante. A mio modesto personale parere ognuno di noi, nessuno escluso, è in possesso di un variabile numero di maschere sovrapposte che va da un minimo di quattro ad un massimo incalcolabile.
Esattamente, penso che quelle quattro maschere siano imprescindibilmente presenti in ogni individuo pensante e che faccia parte di una realtà sociale. Ovviamente, tra questi "strati" possono essercene altri intermedi più o meno numerosi che possono prendere forma in funzione di ulteriori dettagli, che per ovvie ragioni di vastità non possono essere generalizzati.

Ogni persona ha delle insicurezze, delle apprensioni, pregiudizi e fobie. Queste peculiarità sono ciò che definisco nucleo. Al suo interno sono custodite le ferite de passato, i rimorsi, i rimpianti e i punti deboli, perché il nucleo è la parte più fragile e reale di ogni personalità e proprio per questo, istintivamente, nessuno lo mostra.

Ora, prima di tornare a parlare del nucleo, vorrei spiegarvi che a mio avviso ogni essere pensante è in grado di focalizzare la propria "identità" su un solo strato alla volta. Proprio come fossero dei canali televisivi, credo che non ci si possa "sintonizzare" su due canali contemporaneamente e questo perché la sintonizzazione non avviene in modo totalmente volontario, ma perché viene indotta dal contesto sociale predominante presente in quel momento.

Il nucleo, quindi, è la parte centrale dell'io. Privo di maschere, atteggiamenti e proiezioni, il nucleo è quella parte che si innesca solo quando siamo da soli e pensiamo. È proprio perché si manifesta quando non è presente nessuno che difficilmente si proferisce parola quando si è sintonizzati sul nucleo. Quando parlo dell'argomento mi piace dire che "siamo veramente noi stessi solo la sera, quando andiamo a letto, spegniamo la luce e iniziamo a pensare".

Basta quindi la presenza di un'altra sola persona per innescare le maschere?
Quasi.
Più che la persona in sé è il contesto cui quella persona è legata a innescare una maschera piuttosto che un altra. All'inizio ho parlato di quattro strati imprescindibili e vi illustrerò quali sono attribuendo loro i nomi dei contesti sociali che li innescano.

Il nucleo in realtà non fa parte degli strati, al massimo, per fare contenti i pignoli filo-matematici come me potrei definirlo lo strato zero.

Il primo strato è quello intimo. Viene innescato dalle interazioni con i partner di relazioni idilliache e, in rarissimi casi, da pochissime altre persone come i migliori amici pluriventennali o fratelli con cui si condivide un rapporto particolarmente fraterno. Quando entra in funzione la "maschera intima" i nostri difetti e le nostre insicurezze non sono affatto nascosti e persino quasi tutto ciò che pensiamo può essere detto senza girarci intorno. Ciò che differenzia questo strato dal nucleo è proprio l'interazione diretta con le persone che la innescano, l'amore e l'abnegazione nei confronti delle persone della nostra sfera intima ci portano a moderare le nostre azioni e i nostri pareri in funzione del sentimento che proviamo.
Non significa "mentire", significa avere particolare riguardo per il modo in cui verranno dette le cose e dover scegliere il momento giusto, questo perché le direttive principali del contesto intimo sono la sicurezza di non essere feriti e la premura di non voler ferire o di farlo solo per un bene maggiore.

Il secondo strato è quello confidenziale. Si innesca quando ci si trova all'interno di contesti abituali e si interagisce con persone che si possono reputare amiche. A differenza dei conoscenti, gli amici sono persone che scelgono vicendevolmente di frequentarsi e con cui spesso condividono interessi passioni, gusti e ambienti. Con queste persone si trascorre molto di quel tempo che viene definito "rilassante" e per quanto talvolta si possano verificare delle tensioni, il clima emotivo cerca sempre di riassestarsi infatti sulla tranquillità. La "maschera confidenziale" ha quindi lo scopo di presentare degli atteggiamenti stereotipati che permettano alle persone (e la loro personalità) di collocarsi in un posto preciso all'interno della struttura sociale della comitiva/contesto/gruppo. Se ci fate caso, quando si entra in confidenza con qualcuno si sarebbe capaci di scimmiottarlo bonariamente imitando alcune sue frasi tipiche, gesti comuni e intercalare ricorsivi. Questo strato stabilisce proprio l'identità sociale e permette di esprimere nel modo più comodo la proiezione di se stessi in relazione con le proiezioni altrui.

Il terzo strato è quello impersonale. Si innesca in contesti professionali, quando si interagisce con sconosciuti o quando siamo intimoriti o infastiditi da qualcosa. In queste circostanze si tende a non mostrare nulla di sé e si cerca di proiettare all'esterno un'immagine ben diversa da quella confidenziale. Il più delle volte si cerca di apparire autoritari, sicuri, gentili non servili e vissuti, in questo modo si induce agli sconosciuti un approccio "istintivamente" cauto e a sua volta impersonale.
La "maschera impersonale" ha una forte componente di linguaggio non verbale, quando ci si trova ad indossarla si fa molto caso alla propria postura, ai movimenti e alle espressioni facciali, i più estroversi tendono dissimulare o esagerare e i più introversi a limitare, ma in tutti i casi quando si è consci di essere sotto il giudizio altrui si cerca di nascondere il più possibile.

Il quarto ed ultimo strato in realtà non può essere realmente innescato, esso è sempre presente e più che una maschera indossabile è un modello su cui vengono allineate le altre maschere; mi piace definirlo strato proiettivo.
Chiunque ha modelli e idoli a cui invidia tratti caratteriali di cui non è in possesso, quegli stessi tratti che vengono più o meno simulati in ogni maschera su cui ci si sintonizza di volta in volta.
In questo modo, con il tempo e dopo vari tentativi, infatti, si riesce a fare propri alcuni comportamenti o atteggiamenti, il che spiega perché con il passare degli anni, quando si ripensa al passato, si può notare quanto si fosse diversi (in ogni strato). La "maschera proiettiva" è quindi quel contenitore dove vengono archiviate tutte le caratteristiche ideali che con il tempo vengono assimilate da altre persone, personaggi di fantasia visti in libri film o cartoni animati e che prima o poi si vorrebbero possedere.

In fine, parenti alla lontana della maschera proiettiva sono le maschere di immedesimazione, che possono essere di tipo emotivo, o ludico, ovvero la capacità di mettersi nei panni di qualcun altro all'interno di contesti emotivi o la capacità di impersonare personaggi più o meno diversi da se stessi in contesti ludici stabiliti come i videogiochi o fantasiosi come i giochi di ruolo.

A mio parere, stimolare le proprie maschere di immedesimazione aumenta la capacità di sviluppare spontaneamente più maschere intermedie tra gli strati e quindi di acquisire sempre più sicurezza negli innumerevoli contesti che si possono verificare.
In buona sostanza, credo che saper creare molteplici strati di maschere permetta un'ottima crescita interiore e una forte coscienza di sé e questo oltre a intensificare la fiducia in sé stessi garantisce una capacità sociale interpersonale talmente malleabile e adattabile da arrivare a minimizzare o persino evitare situazioni di stress o disagio.

mercoledì 19 febbraio 2014

Le basette alla Wolverine, l'impermeabile alla Matrix e l'arroganza.

Avete presente quelle persone che non riescono in alcun modo a distaccarsi dall'ovvietà?
Io le detesto.

Quelli che quando mi sentono parlare di wrestling mi chiedono "ma è tutto finto vero?".
Quelli che quando mi vedono con un trench di pelle esclamano "come Matrix!".
Quelli che quando mi vedono con i capelli corti mi chiedono "sei stato dal barbiere?".
Quelli che quando mi incontrano in spiaggia con tanto di costume da bagno addosso mi chiedono "cosa ci fai qui?".
Quelli che quando mi vedono portare un lungo paio di basettoni esclamano "come Wolverine!".
Quelli che quando mi incontrano quando sono in moto mi chiedono "è tua?".
Quelli che (in Sicilia) quando sentono il nome "Turi" mi chiedono "è il diminutivo di Salvatore vero?".

Sì, sì, sì e sempre maledettissimamente sì. Ebeti!

Queste menti limitate sono schiave dell'ovvio. Subiscono l'inconscia necessità di puntualizzare ogni argomento con questo tipo di interventi che possano fare da ancora nelle loro scontate sicurezze.
In buona sostanza possono vivere l'illusione di partecipare all'argomento ubicando se stessi in una posizione di volontaria estraneità pur fingendo interesse.
A cos'altro serve chiedere o esclamare qualcosa di scontato? Serve solo a "riempire" una discussione! A poter parlare di qualcosa o qualcuno per distogliere l'attenzione dalla propria posizione o quantomeno per prendere la rincorsa prima di poter azzardare un'opinione.

Credetemi, che essere "normali" dia quel comodo senso di protezione e sicurezza che permetta di non essere mai additati per primi o di non dover sostenere posizioni impopolari, lo comprendo. Per quanto io non ne condivida la scelta, riesco persino a carpirne il senso, se provo ad immedesimarmi in una mente meno brillante e meno sicura di sé.

Nel mio modo di vedere le cose, l'arguzia, l'estro, la libertà di espressione e il coraggio di proporre idee sono caratteristiche che rendono speciali le persone. Con questo non intendo dire che "essere speciale" debba essere un dovere o un'ossessione volontaria. Semplicemente trovo innegabile che chi per natura è estraneo alla normalità, si trovi in una condizione filosofica privilegiata.

Per quanto si possa girare su wikipedia, ad esempio, le persone su cui è stato fatto un articolo sono quelle che in qualche modo, nel bene o nel male hanno fatto la "differenza" in qualcosa.  Chi fa parte dei "normali" non può passare alla storia. Chi invece si è battuto per qualcosa di ingiustamente considerato normale è colui che "apre gli occhi" a tutti gli altri solo dopo che ha lottato e vinto "da solo".
L'emancipazione non è forse la liberazione da una condizione di inferiorità sovente imposta dalla "normalità" della società?

No, non intendo che pur di finire su un'enciclopedia, in televisione, sui giornali o sul web, qualsiasi stranezza sia lecita. Non intendo la notorietà come scopo ma come naturale conseguenza accidentale. Chi si da fuoco ai peli del culo per un attimo di notorietà non è speciale è idiota.
Idiota è chi basa la sua vita per essere diverso a prescindere, idiota è chi cerca nell'artefatta diversità l'unica propria caratteristica distintiva, idiota è chi non accetta le proprie VERE preferenze e non le sostiene orgogliosamente.

Attenzione il mio non è un attacco alla normalità, io non credo che essere normali sia un male. La normalità (o per meglio dire il conformismo) per definizione non può essere discriminante ed è nucleo naturale delle società. 
Nessuno può essere del tutto estraneo alla società, per quanto bizzarro possa essere in qualcosa, lo sarà sempre in confronto alla "normalità" della società in cui vive.

Ciò di cui vi sto parlando e che aborro con tutto me stesso sono le persone banali. Talmente qualunquiste, limitate e insicure delle proprie idee dozzinali da arrancare persino nel tentativo di conformarsi alla semplice condizione di "normalità". Riconoscerli è molto facile: quando possono non si esprimono e se sono portati a farlo sono spesso d'accordo con il più carismatico del gruppo. Insomma una sorta di insulto al concetto di "Sapiens Sapiens".

Sono cosciente di aver scritto questo articolo con arrogante presunzione, ma credetemi non mi sento il migliore di tutti. Conosco molta gente più intelligente di me, più acculturata, più ingegnosa e più libera dai preconcetti. Ma ne conosco (e ne vedo) fin troppa incapace di sostenere attivamente una conversazione con me.

Io non faccio altro che osservare e giudicare (impopolarmente) ciò che vedo.

P.S.
Questo post mi ha davvero combattuto, fino all'ultimo istante non ero sicuro di volerlo pubblicare a causa del contenuto estremamente antipatico.

lunedì 10 febbraio 2014

Il cieco, la sfera e l'ignoto

"Dio è per l'uomo esattamente ciò che sono i colori per un cieco dalla nascita: una cosa impossibile da immaginare."
- Donatien Alphonse François de Sade

Quando si parla di immaginazione, di fantasia o di sogni, si tende sempre a indicare qualcosa di astratto ed imprevedibile. Siamo portati a considerare l'immaginario come qualcosa libera dalle regole fisiche e dalla coerenza. Io, invece, credo che l'immaginario sia solo il modo di "mescolare e alterare ciò che conosciamo già".
Già migliaia di anni fa, culture antichissime narravano di figure mitologiche bizzarre: serpenti piumati volanti, creature metà umane e metà animalesche, cavalli a sei zampe e creature celesti con numerosi paia di ali.
Se notate, la base di qualsiasi "immagine" è sempre qualcosa di noto, che si tratti di un cavallo a cui "aggiungere zampe" o solo porzioni di cavallo da "montare" con altre porzioni di altre creature...
Questo perché per il cervello umano è impossibile immaginare qualcosa senza avere dei punti di riferimento che facciano da "ispirazione".

Il Marchese De Sade esprime il suo pensiero riguardo la comprensione di Dio paragonandolo al colore per un cieco dalla nascita, proprio perché quest'ultimo non può affatto comprendere il concetto basilare di qualcosa che per lui non esiste.

Nel 1884, ricalcando lo stesso concetto, Edwin Abbott Abbott scrisse un racconto "fantastico" intitolato Flatland. Il mondo in cui è ambientato il racconto è composto di due sole dimensioni e Abbot riesce a rendere il tutto abbastanza coerente e accattivante. Spiega che la pioggia arriva sempre da nord e che per questo motivo le case hanno l'entrata sempre al lato sud. Spiega che i maschi sono figure a più lati mentre le femmine sono linee e per tanto è possibile riconoscerle come tali solo da due angolazioni poiché appaiono come un semplice punto. Spiega la classificazione sociale in base al numero di lati di ogni individuo e l'intera cultura di questo ipotetico mondo piatto.

Il racconto inizialmente porta il lettore a "immedesimarsi" e gli impegna la mente nel trovare la coerenza nelle regole descritte. Il racconto prende un'interessante piega filosofica quando, messo a proprio agio il lettore, Flatland viene attraversata da una sfera.
La sfera proveniente da Spaceland cerca di spiegare l'esistenza della terza dimensione, ma gli abitanti di Flatland vedendo solo un cerchio (l'intersezione di una sfera su un piano) non la prendono per nulla sul serio e si sentono ovviamente presi in giro.
Il protagonista (un quadrato) decide invece ragionare "a mente aperta" e accetta l'eventualità della terza dimensione. Quando però inizia ad ipotizzare l'esistenza di mondi a quattro, cinque o persino a sei dimensioni, la sfera lo ferma e asserisce con assoluta sicurezza che le dimensioni sono solo tre e non possono assolutamente esisterne di più.
La sfera stessa finisce per cadere vittima dello stesso limite che inizialmente incontravano gli abitanti di Flatland ed è in questo modo che Abbott spiega al lettore come ogni certezza si basa su ciò che si conosce. Per l'essere umano è impossibile poter avere concezione di evenienze non percepibili.

Cosa significa?
Qualcosa che non può essere percepita è quindi inconcepibile a priori?
In realtà esiste la possibilità di accettare qualcosa "per fiducia" (o "fede", il concetto è identico).
Il colore rosso, per quelle persone che non lo hanno mai visto, è qualcosa di cui hanno sentito parlare molte volte e per quanto impossibile da capire, accettano la verità oggettiva della sua esistenza per "fede".

Ovviamente i casi di un mondo a due dimensioni o di un cieco dalla nascita sono degli esempi un po' estremi, ma le problematiche riguardanti la concezione dell'ignoto sono molto comuni e all'ordine del giorno.

Nell'ambito lavorativo, ad esempio, ogni professionista incontra spesso difficoltà a spiegare nello specifico i tecnicismi del proprio lavoro a chi non è del settore. Per me che sono un informatico, ad esempio, sarebbe impossibile spiegare a mia madre cosa sia un singleton, se quantomeno non le spiegassi prima e per gradi le basi necessarie per arrivare a quel concetto.

Persino nella vita di ogni giorno vi sono concetti basilari di cui non tutti dispongono. Può un rampollo di famiglia benestante conoscere la sofferenza di un orfano abbandonato? No. Non quella sofferenza.

Quindi chi non dispone delle "basi", non può giungere da solo alla comprensione di concetti a lui ignoti? Esattamente. A mio personale parere soggettivo, sarà sempre necessario un insegnante, o la volontaria esperienza personale, sia essa empirica o organizzata. 

La volontà di comprendere ciò che ci è ignoto non è un istinto universale. In linee di massima  l'ignoto tende a fare paura, a terrorizzare le menti meno brillanti e a porre quanto meno in condizione di prudenza i più curiosi. È l'estremizzazione di questo timore mutato in odio che spiega fenomeni quali il razzismo, il classismo, il maschilismo e tutte quelle discriminazioni che nascono proprio dall'ignoranza di quelle basi su cui si basa la condizione estranea.

Come ci si relaziona allora con "chi non conosce"?
Così come chiedo sempre spiegazioni per poter guardare gli argomenti da più prospettive, cerco sempre di dare le spiegazioni a chi vuol sentirle. Tuttavia ho imparato a non insistere con chi non ha l'intenzione di ascoltare e limitarmi a prendere atto del limite comunicativo che d'ora in avanti incontrerò con quelle persone.

mercoledì 5 febbraio 2014

Parere soggettivo o verità oggettiva?

A volte, quando chiacchiero mi capita di notare come per molte persone sia difficile scindere le argomentazioni di carattere oggettivo dalle impressioni di carattere soggettivo.
È naturale che ognuno di noi sviluppi gusti, simpatie, e sensazioni diverse.
Tutte queste belle cose fanno parte del nostro carattere, derivano dal nostro vissuto e influenzeranno ciò che ancora dobbiamo vivere. Sono proprio questi pareri soggettivi a renderci tutti adorabilmente diversi gli uni dagli altri.
Oltre i pareri però esistono anche le verità assolute, le considerazioni oggettive e le realtà inconfutabili. Questi “scomodi pilastri” ci finiscono in mezzo ai neuroni di continuo.

Molte volte i pareri personali, i gusti e le predisposizioni possono basarsi su complessi processi mentali talvolta inconsci e talmente radicati da risultare inspiegabili a parole.
Se a me piace il cioccolato e a voi no, non c’è modo di spiegarvi perché mi piaccia. Un gusto personale non è confutabile, semplicemente può essere condiviso così come può non esserlo. Di certo chiunque affronti l’argomento, a prescindere dal suo gusto, non potrà negarne le verità oggettive che vi stanno alla base ammettendo implicitamente che il cioccolato esiste, che piace a molti e che ne esistono numerose varietà.

Alcuni pareri soggettivi nascono e si sviluppano persino a prescindere dalla sicurezza di un’ipotetica verità oggettiva che ne permetta l’esistenza.
Ok questa potrebbe sembrare contorta.
Sto parlando della fede.
Esatto, nessuno può dimostrare che il dio della religione cristiana esista (così come nessuno può dimostrare che non esista) ma è proprio basandosi su questa impossibilità che milioni di persone credono “per fede”.
Non commenterò cosa penso della fede in questo contesto, quello che mi basta è che non posso non riconoscere alla fede la capacità di rendere inamovibile il parere soggettivo.

In altri casi ancora, alcuni pareri soggettivi vengono scambiati per verità oggettive.
Questi casi nascono solo a causa dell’ignoranza (la condizione dell’essere ignari) relativa alle reali verità che rendono il parere stesso del tutto infondato.
Ok anche questa era un po’ contorta.
Parlo dell’incoerenza.
Mentre la fede si basa sull’impossibilità di dimostrare tanto l’esistenza quanto l’inesistenza di qualcosa, l’incoerenza si presenta quando si perseguono convinzioni già smentite da verità oggettive esistenti.
Quando Galileo Galilei dimostrò che la terra è sferica (sì lo so è un geoide ma non puntualizziamo), non gli credettero mica subito! Moltissimi ignari dell’epoca continuarono a credere che la terra fosse piatta e morirono con questa incoerente convinzione. Allo stesso modo, tutt’oggi, molta gente crede nell’oroscopo nonostante sia stato dimostrato che le costellazioni (anche quelle zodiacali) non esistano. Molte persone continuano irrazionalmente a non accettare che quelle stelle apparentemente così vicine, siano in realtà separate da distanze astronomiche colossali e che la loro apparente vicinanza sia solo frutto della posizione prospettica.
Queste persone non sono solo incoerentemente convinte che questi gruppi di stelle esistano, ma che arrivino persino ad avere influenza sui caratteri e sulle attitudini dei nascituri.

Insomma sono consapevole di quanto delicato e spinoso possa essere questo argomento vi invito a rifletterci quando vi capiterà di assistere o partecipare attivamente ad un confronto.
Fatemi sapere se siete riusciti a distinguere le verità oggettive dai pareri soggettivi e come questo ha influenzato le chiacchierate.