venerdì 21 novembre 2014

I miei Sette Arcidiavoli

Per chi non lo sapesse, mi diletto di Giochi di Ruolo, dal fantasy all'horror e quando mi cimento nella creazione di ambientazione, personaggi o avventure spesso la commistione tra horror e fantasy diviene palpabile. Scrivendo una mini campagna per giocare con degli amici ho voluto immaginare la struttura dell'inferno della mia ambientazione. Prendendo spunto da concetti già esistenti tanto in alcune culture religiose quanto nella letteratura o in altri giochi di ruolo ho voluto immaginare una struttura eptagonale dove i sette regni sono rappresentati dai sette peccati capitali. A capo di ognuno di questi regni diabolici ho voluto mettere un "Arcidiavolo" che rapresentasse agli occhi umani l'esasperazione del peccato di riferimento.
Preciso che so benissimo che i nomi che ho utilizzato corrispondono nella cultura esoterica/religiosa a concetti e descrizione ben diversi, quindi evitatemi i pipponi di precisazione su a cosa "in realtà" un nome dovrebbe o non dovrebbe essere associato.

Qui di seguito mi limito a elencarvi la descrizione meramente fisica che tali Arcidiavoli avrebbero agli occhi deli esseri umani dell'avventura di mia ideazione.
Parte del mio sogno sarebbe quello di trovare illustratori aventi voglia di dare forma grafica a queste descrizioni.

IRA - Abaddon
Un colosso gigantesco e ipermuscoloso, i muscoli ipertrofici sono avvolti da una rete di vene violacee a fior di pelle. Il e collo taurino e le proporzioni accentuano la postura tozza e solida completamente glabra dalla pelle grigia. E' privo di occhi poiché all'interno delle cavità oculari non vi è buco bensì una membrana carnosa. Le grosse dita sono dotate di lunghi artigli neri e lunghi quanto ogni dito stesso, e la sua schiena presenta delle file parallele di aculei neri che si innestano ai lati della colonna vertebrale. I denti, neri anch'essi sono tutti aguzzi e da orecchie, narici e bocca cola lava incandescente che scorrendogli sul corpo, cade infine al suolo lasciando i segni dstruttivi del suo passaggio. La creatura si muove protesa in avanti come prontaper scattare in un impeto furioso e quando ferma è visibile il ritmico gonfiarsi e sgonfiarsi del torace in preda ad una respirazione isterica.

ACCIDIA - Beelzebub
Uno storpio dalla pelle di un insano pallore cadaverico che attorno labbra narici e occhi prende invece una colorazione livida. Le sclere degli occhi sono giallognole e coperte da cataratte. Da orecchie e narici fuoriescono peli incrostati. Sulla testa poche ciocche unte di capelli appiccicaticci sono circondate da una vistose squamature di pelle morta. La pelle lercia e appiccicosa ha numerose icrostature di miasmi imprecisati ed è piena di brufoli infetti, alcuni dei quali appena esplosi e gocciolanti rivoli di pus giallognolo. Dalla bocca sporgono gli storti denti marroni/giallastri marci e infestati dalle carie. Il corpo scoliotico è ricurvo su se stesso ed ingobito, le spalle come le braccia o il petto e le natiche sono ricoperti chiazze irregolari di peluria unticcia e irta. A partire dal centro delle natiche e lungo le cosce sono ben visibili lunghe chiazze e rivoli incrostati di escrementi, mentre davanti un piccolo pene violaceo è circondato da un folto cespuglio di peli pubici incostati di fluidi organici sessuali infestato dai parassiti.

SUPERBIA - Asmodeus
Un adone, perfetto, la pelle liscissima è color rosa chiaro con riflessi madreperla, il viso ha tratti così belli e armonici da giungere ad un'aspetto indistinguibilmente androgino. Il corpo tuttavia è maschile e perfetto in linea con i tipici canoni di una statua greca. I lunghi capelli sono biondi appena ondulati e cascano sulle spalle, gli occhi celesti ed affusolati sono contornati da lunghe ciglia arcuate. Sulla fronte vicino l'attaccatura dei capelli sono visibili due corna ricurve color avorio minuziosamente intarsiate. Sul capo svetta una corona d'oro tempestata di pietre preziose. Così come alle orecchie lunghi pendenti d'oro, e collane al collo e anelli alle dita.
Regge uno scettro d'oro con il puntale triforcuto. L'intera figura irradia un tenue bagliore spontaneo di luce propria dorata.

GOLA - Behemooth
Una masa di carne abnorme stesa su una lettiga portata a spalla da un'imprecisato numero di magrissimi schiavi emaciati sotto di essa. I mastodontici rotoli di grasso ricoperti di vistose e profonde smagliature sono ammassati l'uno sull'altro e rendono difficile una precisa identificazione della posizione degli arti e dell'anatomia corporea. La sua enorme pancia deforme è solcata da lato a lato da un'altra enorme bocca raccapricciante. La creatura dall'espressione assente, periodicamente allunga una mano verso il bordo della lettiga e afferrato uno degli schiavi dalla testa inizia a mangiarlo in un sol boccone se portato alla bocca addominale o a morsi se alla bocca "canonica". Entrambe le bocche in costate masticazione sono sempre sbrodolate di resti umani e sangue viscoso e producono costantemente un grottescorumore di ossa rotte.

INVIDIA - Astaroth
La struttura e le proporzioni delle parti corporee sono ricodnducibili a quella di un bambino di circa sette anni, la figura è si corporatura longilinea, esile e dalla struttura particolarmente fragile. L'intera pelle innaturalmente liscia e lucida somiglia a gomma di tonalità chiara che va dall'alabastro al beije. Quelli che sembrano capelli sono in realtà bargigli carnosi che dal cranio scendono lunghi fino alle anche. Il viso presenta occhi molto sottili, con sclere nere e iridi dal colore ambrato e pupilla lineare, non è presente un naso ma due narici verticali e affuslate. La bocca increspata in un perenne ghigno supponente è irta di piccoli denti sottilissimi ed aguzzi da cui fuoriesce costantemente la lunga lingua biforcuta. Al termine delle esili braccia le mani preentano dita esageratamente lunghe e nodose aventi un pollice e soli tre dita. Infine dal coccige una lunga coda con in cima un sonaglio simile a quello di un crotalo è in perenne movimento.

AVARIZIA - Belial
Un individuo magrissimo, malnutrito e in  avanzatissimo stato di vecchiaia, la pelle così sottile secca e incartapecorita sembra un involucro sottovuoto che ne contiene a stento le fragili ossa. Sulla testa solo una coroncina di capelli grigi ricoprono la nuca, il volto spigoloso dagli zigomi sporgenti e naso aquilino presenta cavità oculari insanamente profonde e bulbi oculari in oro splendente privi di iride o pupilla. Le guance scavate enfatizzano la spigolosa mandibola e dalla bocca increspata in un'espressione di disgusto e biasimo si intravede una perfetta dentatura anch'essa in oro splendente. Le spalle cadute gli danno una postura incerta, instabile e alla cima delle braccia si notatno le ossute mani contorte da gravissime artrosi, le magrissime gambe sono storte verso l'interno al'altezza delle ginocchia e i piedi callosi sono deformati dall'avanzato stato dei valgismo degli alluci.

LUSSURIA - Lilith
Un corpo femminile dalle curve sinuose e dalle proporzioni esageratamente marcate. La pelle di un rosato chiaro è liscia e ben levigata. Lunghi e folti boccoli rossi scendono lungo la schiena e due grandi occhi verdi e brillanti portano l'attenzione di chi osserva sul visino incantevole a cui il nasino alla francese lievemente all'insù da un'aria sofisticata in netta contrapposizione con l'accenno di innocenti efelidi sulle gote rosee. Le labbra carnose sono appena protese verso l'esterno in un broncetto che valorizza la loro lucidità naturale. Il seno prosperoso e alto presenta areole molto chiare e capezzoli increspati e turgidi visibilmente sporgenti. Il ventre piatto e fa da cornice all'ombelico da cui, fuorisece un fascio di luce celestiale contenuta dentro quell'involucro corporeo. La vita strettissima accentua l'allargarsi dei fianchi che danno spazio a natiche ampie marmoree e alte. I peli pubici, vellutati e rossi come i capelli incoronano un organo genitale ermafrodito che ella non smette di masturbare in ogni modo anatomicamente possibile: una vulva ben più grande del normale, dove al posto del clitoride svetta verso l'alto un pene eretto e pulsante, al di sotto del quale i due testicoli sono contenuti dentro duelle grandi labbra scrotali grandi, gonfie e dilatate da cui sporgono vistosamente delle piccole labbra increspate e cartilaginee. Gli umori prodotti dalla costante masturbazione colano costantemente e copiosamente lungo l'interno delle cosce fino ai piedi.

mercoledì 23 luglio 2014

Orrorifica Gioventude

Lo sommo sdegno e 'l grande stupore,
oh tu donzella che sei in gioventude,
causi ci priva d'alcuno pudore,
quando lo alto bel cul tuo ti prude.
Mai noi vorremmo vederti in quell'ore
quando sei intenta a grattar la virtude,
possa aver tu prodigiosa pomata,
che da orrorifica muti te in fata.


-Turi Messina

Questa mattina per puro caso, in un gruppo whatsapp con amici abbiamo scambiato i consueti saluti del buongiorno usando un registro aulico. Recandomi in ufficio con la moto ho poi visto una ragazza dal fisico molto gradevole grattarsi il culo come il più rude dei marinai.
Questo mi ha ispirato e questo è il risultato.

giovedì 17 luglio 2014

La presunzione dell'indifferenza.

È da parecchio tempo che non scrivo sul blog.
Non perché non ne abbia avuto il tempo, solo che non ho avuto nulla di rilevante da dire.

Non avere nulla da dire è una condizione che non amo particolarmente, chi mi conosce sa bene quanto io parli.
Ma parlare e dire sono concetti assai distanti.

Così come per usare un luogo comune "tra il dire e il fare c'è dimezzo il mare".

Ma esistono cose di cui non si parla, non si dice nulla e nessuno fa niente? Sì. Migliaia.

Riflettevo su questa cosa proprio qualche giorno fa, quando per puro caso mi sono fermato a riflettere su un gesto comune che avevo appena fatto.
Con la peggiore delle espressioni di rabbia in viso avevo sbraitato in malo modo ad un uomo.
Un uomo più grande di me, che non ha mai smesso di sorridermi, che svolgeva il suo lavoro.

Mentre tornavo verso casa pensavo e ripensavo a quell'uomo.
Da quanto tempo faceva qual lavoro? Perché fa quel lavoro? Quanto guadagna? Quante sfuriate al giorno prende? Ci avrà fatto il callo o ogni nuova sfuriata pian piano lo ferisce sempre di più? Con chi vive? Ha una famiglia? Fa tutto questo per loro? Cosa fa quando non lavora? Cosa avrebbe voluto fare al posto di quel lavoro? Cosa sognava da bambino?

Insomma...meritava quel trattamento così brusco?
Da me, che dalla vita ho avuto tutto?

Quell'uomo è un lavavetri, e gli ho urlato rabbioso solo perché "ha osato" toccare con il suo utensile il mio parabrezza.
Perché siamo arrivati a questo?
Ci illudiamo che la schiavitù sia terminata secoli fa, ma non è così. Quell'uomo, così come gli altri lavavetri, i venditori di accendini e fazzolettini, le prostitute, sono tutti schiavi.

Nessuno di loro vorrebbe fare quel lavoro, ma DEVONO, sono schiavi di qualcuno che ne abusa. Qualcuno nega loro la libertà riccattandoli, ricattando i loro cari, minacciandoli in svariati modi.

Sono lì, li vediamo ogni giorno, il più delle volte li ignoriamo, quando costretti ad interagirci lo facciamo con fare scostante o indifferente e fugace.  Siamo abituati a dimenticarli, e non registrarli in memoria. Siamo abituati a fingere che non esistano.

Parliamo dei lavavetri come una piaga, come un fastidio, ma quanto è grave il nostro fastidio rispetto al loro dramma?

Se vedessimo un film in costume ambientato nell'antica Roma, in cui uno schiavo subisce una sfuriata per aver osato toccare un nobile ci sentiremmo superiori. Noi uomini evoluti del ventunesimo secolo riconosceremmo l'immoralità della schiavitù, affronteremmo un dibattito se necessario. Difenderemmo la nostra morale basandoci sul concetto assoluto di giustizia. Eppure, urliamo ad uno schiavo lavavetri solo perché osa toccare il nostro parabrezza.

Da questa esperienza ho imparato.
Ho riflettuto bene e ho realizzato che per quanto insistenti, quegli uomini sono soggiogati. Obbligati da qualcuno a fare un lavoro che non volevano fare. Io non ho nessun diritto di urlare loro.

Io ho il dovere di essere educato anche quando esagerano e la mia risposta deve essere un garbato "no grazie", perché se non posso fare nulla pr migliorare la loro situazione non voglio essere parte del loro incubo. Loro hanno diritto di scazzare, ne hanno più di quanto ne abbia io e se puliscono il mio vetro quando non l'ho richiesto, un educato "mi spiace" sarà di certo una risposta più civile che urlare loro come fossero bestie.

Non commetterò più l'errore di arrogarmi un inesistente diritto di superiorità sociale verso gente che fa una vita assai più dura della mia.

venerdì 18 aprile 2014

Porsi agli altri

Da che ho memoria, ho sempre interagito con gli altri in modo abbastanza soddisfacente. Ovviamente negli anni avrò fatto le mie esperienze imparando da errori e successi, ma fin dall'inizio il mio intento era sempre quello di mettere a proprio agio i miei interlocutori.
Questo non significa che tentassi di compiacerli, persino quando l'interazione era di carattere ostile cercavo sempre di mantenere il mio lessico, le mie similitudini e i miei riferimenti all'interno di quei contesti sociali, culturali o emotivi a cui associavo l'interlocutore di turno.

Probabilmente questo è diretta conseguenza di quell'istintiva presunzione che fin da piccolo mi ha sempre portato a pensare di essere migliore. Non di tutti ma sicuramente di parecchi.
E se un tempo il mio cercare il modo giusto di spiegare era mosso dalla presuntuosa convinzione di non poter essere capito al volo, col tempo iniziai a farlo mosso dalla coscienza di non poter essere presuntuosamente capace di capire tutti.
Così, affinando questa tecnica e amplificando la capacità di ascoltare, col passare degli anni, creare paragoni e ragionamenti perfettamente calzanti ai miei interlocutori è diventato sempre più immediato e istintivo. 

E quindi?
Quindi compiacendomi parecchio di essere capace di intavolare conversazioni stimolanti con moltissime tipologie di persone, da quelle con cui condivido moltissime cose a quelle diametralmente opposte su più fronti, credo che questa cosa mi mi abbia arricchito motissimo e che mi arricchisca ogni giorno di più.

Ho imparato che ogni interlocutore ha un bagaglio culturale diverso, interessi diversi, profilo psicologico diverso e necessità emotive diverse. Che bisogna usare le parole giuste, tanto per compiacere quanto per confutare. Portare la conversazione in termini consoni per permettere all'interlocutore di interagire istintivamente e quindi di spiegarsi e percepire al meglio.
Inizialmente pensavo che questo ragionamento fosse banale e ovvio a tutti eppure ho la netta sensazione che moltissimi problemi interpersonali che da anni vedo scoppiare tra le persone siano  spesso causa di mancanze comunicative, talvolta accumulate, altre estemporanee.

Parlo del modo in cui vadano dette le cose.
Dosando e selezionando le parole è possibile non litigare mai con nessuno e in quei rarissimi casi in cui si innescano situazioni che mi indispongono, si può quasi sempre gestire la situazione senza dover giungere a quell'irreversibile condizione di conflitto che annebbiando la mente (di entrambi gli interlocutori) porta l'interlocuzione in termini più atti a ferire che ad esporre e ragionare.

A volte può bastare una sola parola sbagliata, una pausa troppo breve o persino troppo lunga tra una parola ed un altra per far sì che un discorso prenda pieghe del tutto inappropriate e insperate.
Se questo accade così spesso, è perché non si ha l'abitudine ad ascoltare e ad immedesimarsi.

Non credo che serva un'ottima memoria credetemi, non serve ricordare ogni dettaglio persona per persona, ma prestare semplicemente attenzione ad ognuno e assorbirne istintivamente la sua dimensione.

Sono convinto che il cervello umano sia capace di cose meravigliose e senza troppi sforzi, impegnadosi giusto ad ascoltare e a cercare di capire quale emozione supporta le parole delle persone ci si ritrova ad associarle a quello sfaccettatissimo bagaglio culturale che si portano appresso.
Comunicare può diventare semplicissimo e scambiare opinioni, incentivare o persino giudicare possono diventare circostanze serene e impagabilmente utili.

venerdì 11 aprile 2014

Catania, Palermo e la stupida rivalità tra due città



Da quando ho lasciato Palermo ho iniziato giorno dopo giorno a guardare la mia amata città con occhio sempre più critico.
Ciò che rende la mia critica sempre più aspra è la graduale disintossicazione da tutti quegli usi e costumi "errati" che con il tempo arrivano a risultarmi così estranei da farmi rabbrividire alla sola idea di non averci fatto caso per ben ventotto anni.

Ci sarebbero tantissime cose di cui lamentarmi e su cui rimproverare severamente tantissimi  conterronei, ma mi soffermerò su un solo concetto che in carattere generico non riguarda esclusivamente la mia città. La rivalità tra città.

Anche se in questo articolo mi limiterò ad analizzare il fenomeno relativo alla secolare faida Palermo-Catania, mi rivolgo per estensione a tutti gli abitanti di quelle città che si trovano in una situazione analoga.

Sarebbe meraviglioso potervi raccontare una storia epica ambientata nella Sicilia Saracena o Normanna in cui due leggendari nobiluomini delle rispettive città diedero inizio ad una tenzone d'onore che si ripercosse sulle intere popolazioni.
Purtroppo non posso.
Per quanto io abbia cercato di documentarmi esistono innumerevoli teorie e supposizioni a riguardo ma nessuna certezza e se non sappiamo perché nacque quest'odio reciproco, sappiamo che si tramanda da secoli.

Purtroppo, ad alimentare questa antichissima faida ha contribuito una delle più grandi piaghe culturali dell'intera penisola, il gioco del calcio.

E se il derby di Sicilia viene talvolta vissuto sportivamente in contesti socio-culturali di un certo livello, ai piani più bassi della società ciò che era antipatia indotta si tramuta in odio e violenza.

Quando dico "antipatia indotta" mi riferisco a tutte quelle circostanze in cui ogni palermitano (e suppongo ogni catanese) si trova in mezzo sin da bambino. "Chi non salta è catanese" è una nenia da stadio sulla base melodica di "Bella Ciao" capace di far vibrare l'intera struttura dello stadio e anche solo accennata nella versione meno musicale e più ritmata "Chi non salta catanese è... è...." porta i bambini palermitani a saltellare istintivamente.
I bambini non sanno perché, ma se tutti attorno a loro saltano, di certo non si porranno troppe domande e si conformeranno per necessità di accettazione.

Sui muri di palermo, i graffiti che esternano l'odio per la città etnea sono numerosissimi (non più numerosi dei SUCA ma comunque numerosissimi) e la cattiveria e la brutalità regnano sovrane: "Catania Merda", "Catania = AIDS" "Donne catanesi fate un favore al mondo: abortite", "Meglio handicapato che catanese" eccetera eccetera..

...

Se a prima vista può sembrare solamente agghiacciante, diventa disgustoso se si considera che coloro che arrivano a scrivere e pensare queste cose sono spesso persone che nutrono quest'odio così intensamente fin dall'infanzia da non aver mai rivolto parola ad un catanese all'infuori di un coro da stadio. Le stesse persone capaci di prendersi reciprocamente a sprangate dentro e fuori gli stadi.

Non voglio criticare i palermitani ed elogiare i catanesi, il discorso è ovviamente ambivalente, non credo proprio che l'etichetta "palermitano" o "catanese" possa identificare una tipologia di persona.
In ogni luogo del mondo ci sono persone fantastiche e persone di merda.

Sul valore folkloristico di questa faida, ironizzo molto pure io, ma ho sempre trattato la cosa come un gioco scherzoso spesso perpetrato in presenza di amici catanesi che ricambiano a loro volta, ci si fa tutti una risata e ci si abbraccia come fratelli. Il luogo in cui siamo nati torna ad essere un dettaglio come il colore dei capelli, la statura o la stazza, ovvero del tutto irrilevante ai fini della conoscenza o di un'amicizia.

martedì 8 aprile 2014

Captivus: colui che è fatto prigioniero



Fin da quando ero bambino, sono stato bombardato da favole, fumetti, cartoni animati, videogiochi e film in cui alcuni protagonisti, rappresentavano le icone eroiche per eccellenza.

Che l'ambientazione fosse fantastica, realistica, sportiva o persino post atomica questi personaggi riuscivano sempre a spuntarla, a resistere ai soprusi e in un modo o nell'altro a sconfiggere "i cattivi".

Il problema, per un bambino che come me era cresciuto con sani principi ma compagni di classe talvolta prepotenti, era che i buoni risultavano insopportabilmente noiosi. Tifare per i buoni era fin troppo facile perché tanto avrebbero vinto sempre e comunque.

Questi personaggi "buoni" tra l'altro, oltre a delle controparti cattive sempre più spregevoli, erano anche accompagnati da alleati meno "forti" di loro ma spesso tremendamente più fighi.

Se quindi fu molto facile fin da subito sognare di avere il fegato del cattivo, fu altrettanto facile sognare di essere un buono ultrafigo piuttosto che un bamboccione protagonista di turno.

Così già dalle prime classi delle elementari (pochissimi anni prima che io iniziassi a disinteressarmi del tutto al pallone) il mio idolo calcistico fu subito Mark Lenders.
Credetemi, questo scatenò un odio tremendo da parte dei compagnetti... mentre tutti tifavano per Oliver Hutton e qualche alternativo per Giulian Ross, io sognavo una maglia con le maniche arrotolate e una cattiveria senza pari.
Tutti odiavano Mark Lenders, lo odiavano perché era il più figo.

Così il connubio antagonismo+coattezza si instillava sempre più profondamente nel me bambino e così qualche tempo dopo, quando dovetti scegliere quale tifare tra un ebete col caschetto biondo e pantacollant viola e un alieno blu con la faccia da scheletro e un fighissimo bastone con tanto di teschio d'ariete in cima non mi ci volle poi molto. Col passare degli anni furono innumerevoli gli antagonisti e i comprimari fighissimi di cui fui fermo sostenitore:
Mister X, Mark Lenders, Boyakki, Tonzula e Miss Dronio, Dick Dastardly e Muttley, Skeletor, Hordak, Tri-Klops, Jitsu, Jigen, Fujiko, Ikki di Phoenix, Hyoga del Cigno, Tisifone, Il Gran Sacerdote Arles, Orion di Asgard, il Maestro Splinter, Casey Jones, Shredder, Tong Po, Chong Li, Chewbacca, Darth Vader, l'Imperatore Palpatine, Undertaker, Lgion of Doom, Jake the Snake Roberts, Kane, Mankind, Lobo, Lex Luthor, Joker, Bane, Alan Scott, Guy Gardner, Atrocitus, Larfleeze, Ghost Rider, Mystica, Magneto, Loki, Hulk, Venom e Carnage, Shin, Rei, Yuda e Souther di Nanto, Ain, Raoh e Toki di Hokuto, Alex DeLarge, Frank-n-Furter, Riff Raff e Magenta, Sonny Corleone, Virgil Sollozzo, Jena Plissken, Sardo Numspa, Benedict, Mickey e Mallory Knox, T1000, il Sergente Maggiore Hartman, Marcellus Wallace, Boris Balkan, il Colonnello Nathan R. Jessep, Bowser, Waluigi, Piccolo, Vegeta, Trunks, 18, Cell, Blanka, Zangief, Balrog, Vega, Sagat, M.Bison, Akuma, Grimilde, Jafar, Scar, Scorpion, Baraka, Smoke, Kano, Shang Tsung, Sindel, Jade, Shao Kan, Nina e Anna Williams, Heiachi e Kazuya Mishima, Darth Maul, il Conte Dooku, l'Agente Smith, Benjamin Linus, Smookey, Ozymandias, Gaara del Deserto, Shikamaru Nara, Kabuto, Tsunade, Orochimaru, Ditocorto, Roose Bolton, Tiwin Lannister, Barristan Selmy, Melisandre, Mance Ryder... e chissà quanti ne avrò dimenticati.


Quella che era una sorta di attrazione "a pelle" è pian piano diventata una scelta sempre più cosciente e voluta. Noto sempre di più che "i cattivi" sono più dettagliati nell'aspetto e più sfaccettati nel carattere, che spesso partono da una grande sofferenza e profonda frustrazione. Un dolore che i buoni non provano troppo spesso.I cattivi sono vittime che ad un certo punto dicono basta. E mentre la società ci impone di perdonare e passare oltre, loro avevano il fegato di farla pagare a tutti.
Sì, ok, lo so che non è condivisibile, ma il fascino che scaturisce da queste cose è per me irresistibile quantomeno nella fantasia.

Quindi tra maniche arrotolate, girocolli di piume, elmi irti di lame, pastorali coi teschi, guanti artigliati e mentalità brutali prive di scrupoli ma non per questo meno machiavelliche, crescendo, cercai come tutti di ispirarmi sempre di più ai miei idoli, e anche se tutto questo non ha fatto di me un super cattivo, mi ha reso semplicemente molto molto coatto.

martedì 18 marzo 2014

AAAA: Acontentarsi, Adattarsi, Ambire e Appagarsi

Aladdin's LampQueste quattro "A" sono la base dei nostri desideri.
Spesso vorremmo tanto qualcosa, sia essa una cosa materiale, un concetto o un avvenimento.

La idealizziamo, e mentre inizialmente la focalizziamo con precisi dettagli, man mano che il nostro desiderio si protrae nel tempo i dettagli superflui vanno svanendo gradualmente fino a quella che io chiamo "maturazione del desiderio", ovvero quel momento in cui la nostra speranza si assesta in base a condizioni imprescindibili che in quel momento definiscono il "minimo che accetteremmo".

Questo fenomeno ovviamente ha una rilevanza molto soggettiva, tutti conosciamo persone che vorrebbero sempre "troppo" e persone che si accontentano "troppo spesso". Ad ogni modo tutti, prima o poi tutti desideriamo qualcosa e prima o poi ci troviamo al cospetto delle quattro A.

In funzione delle nostre aspettative, quando finalmente otteniamo qualcosa, la paragoniamo (a volte inconsciamente) a quella maturazione del desiderio che fino a pochi istanti prima ne disegnava l'idealizzazione. A questo punto, se il paragone evidenzia una totale differenza rispetto alle nostre aspettative, di certo non considereremo "esaudito" il nostro desiderio e la delusione sarà inevitabile. Se però le differenze dalle nostre aspettative non sono totali scatta la procedura d'accettazione che identificherà ciò che abbiamo ottenuto in una delle quattro categorie possibili: Accontentarsi, Adattarsi, Ambire e Appagarsi.

Accontentarsi
Quando ciò che abbiamo ottenuto presenta numerose differenze con il nostro desiderio ma tutto sommato ne rispetta alcune caratteristiche siamo portati istintivamente a non disprezzarlo e per quanto il desiderio non venga considerato esaudito si finisce con il godersi "quel poco"che si è ottenuto.

Persistenza del Desiderio: 8
Pretesa: 6
Frustrazione:  5
Soddisfazione: 5
Motto: "meglio di niente"

Adattarsi
Quando ciò che abbiamo ottenuto presenta poche analogie con il nostro desiderio ma allo stesso tempo ne rappresenta una valida alternativa, istintivamente lo cataloghiamo come "qualcos'altro", e anche se il desiderio non viene dimenticato, viene di certo attenuato a causa di una buona dose di soddisfazione.

Persistenza del desiderio: 6
Pretesa: 3
Frustrazione: 3
Soddisfazione: 7
Motto: "non m'è andata male"

Ambire
Quando ciò che abbiamo ottenuto presenta numerose caratteristiche del nostro desiderio il nostro umore migliora istantaneamente e dopo un breve (ma variabile soggettivamente) periodo di Appagarsi si passa ad Adattarsi, e pian piano iniziano a tornarci in mente tutte quelle caratteristiche superflue che con la maturazione del desiderio eravamo riusciti ad escludere. Così scesi al livello di Accontentarsi si accende in noi quella lampadina che non smette di rocordarci quanto la nostra idea iniziale fosse diversa. Il desiderio si innesca nuovamente e iniziamo a sottostimare ciò che abbiamo ottenuto, con il trascorrere del tempo.

Persistenza del desiderio: 10
Pretesa: 10
Frustrazione: 7
Soddisfazione: 3
Motto: "merito di meglio"

Appagarsi
Quando capita la fortunata circostanza in cui otteniamo qualcosa estremamente somigliante alla nostra idealizzazione iniziale, il buon umore viene immediatamente accompagnato di pari passo dall'incredulità e anche se in alcuni casi si innesca l'istinto di trattenere l'entusiasmo la nostra soddisfazione interiore raggiunge un livello superiore a quello immaginato. Il desiderio si spegne quasi del tutto e gli effetti di un'esperienza simile possono incidere persino sulla personalità.

Persistenza del desiderio: 2
Pretesa: 0
Frustrazione: 0
Soddisfazione: 10
Motto: "non avrei potuto chiedere di meglio"

Ovviamente non possiamo decidere in che modo prendere le cose. Oltre che dalle caratteristiche di ciò che otteniamo, la nostra reazione dipende anche dal nostro umore iniziale, dai nostri precedenti e persino dalle persone coinvolte.
Questa riflessione odierna è solo un modo personale che ho di analizzare le cose, forse un po troppo schematizzato, ma di certo mi aiuta a capire cosa sto facendo e perché.
Se anche voi in certe cose vi riconoscete in alcune di queste "A" abbiatene coscienza.